Monday, December 22, 2014

Los abuelos del Niño



                       
                                            
                                        
Hoy nace el Niño, y ayer
como quien dice, María
de Ana y Joaquín aprendía
poquito a poco a leer,
No alzaba un palmo del suelo
y ahora es toda una mujer
y madre del Rey del Cielo.
De ese Cielo en el que están,
¡qué orgullo no sentirán
la abuelita y el abuelo!

Friday, December 19, 2014

La razón de Estado y el bandido generoso

                                                 


ABC de Sevilla, viernes, 19 de diciembre de 2014

Saturday, December 13, 2014

Manzoni

ABC de Sevilla, viernes 12 de diciembre de 2014

Wednesday, December 10, 2014

El auténtico caso del maletín

Véase lo que escribe ENRIQUE GARCÍA-MÁIQUEZ en el Diario de Cádiz
Y lo que escribe RAFAEL SANCHEZ SAUS en el Diario de Sevilla

Thursday, December 04, 2014

La verdad del cuento

Razón de más para votar a CIUTADANS

Friday, November 28, 2014

ACdeP

ABC de Sevilla, viernes 28 de noviembre de 2014

Saturday, November 22, 2014

La corrupció de la llengua deguda a l' immersió

“Diccionari General de la Llengua Catalana", de Pompeu Fabra (1923), primera edición: De la denominación romana Gerunda, s´ha derivat la catalana Gerona, que es la que donen a la ciudad tots els escriptors clássics catalans y tots els documents de l´Edad Mitjana y de las modernas, per més que en la pronunciació vulgar soni Girona, forma corrupte, (…)

Sunday, November 16, 2014

ACN de P

ABC de Sevilla, domingo 16 de noviembre de 2014

Saturday, November 15, 2014

Thursday, November 13, 2014

Intervento del maestro Alberto Zedda



                                  PRESENTACIÓN DE NOMBRE ENTRE NOMBRES
                         EN LA REAL ACADEMIA SEVILLANA DE BUENAS LETRAS, 3-XI-14

A Lebrija un fanciullo di straordinaria sensibilità contempla stupito la bellezza della sua terra andalusa: ascolta il canto dell’usignolo e il gracidare della rana con la curiosità del musico che anela a coglierne il segreto messaggio; osserva le ombreggiature del bosco e il trascolorare dei fiori con lo sguardo del pittore desioso di fissarli in vita duratura; misura nella linea dell’orizzonte l’infinità che spinge l’uomo a superare il limite. Vorrebbe diventare musicista, per dar senso all’armonia discordante della natura; pittore per moltiplicare il tripudio di forme e colori; filosofo per costringere l’intelletto a spiegare la creazione. Decide, invece,  di essere poeta, il demiurgo che ardisce creare un linguaggio fuor dalle regole, miscuglio di senso e ragione, espressione di egoismo antropocentrico e di aperture generose, verbo capace di  attingere nello stesso momento l’astrazione della verità estetica e l’illusione del sogno, di conciliare realtà e finzione, di esaltare l’iperbole del nonsenso.

Per forgiare gli strumenti della comunicazione l’apprendista poeta interroga l’opera dei grandi spiriti che l’hanno affascinato e decide di viaggiare nella terra dove, col Rinascimento, è nato l’uomo moderno. Quando avvicina Dante Alighieri, “el musico quelleva dentro” lo induce a raffrontare il beethoveniano fragore che promana dalle quartine dell’Inferno con l’algido algoritmo bachiano che glorifica le rime del Paradiso; quando incontra Francesco Petrarca, apprende da un verso del suo Canzoniere che parole semplici e aggettivi comuni possono evocare i suoni e colori di una polla sorgiva meglio di qualunque strumento musicale e di qualsiasi pennello, includendovi il dono sublime di tramutarsi in moti palpitanti dell’animo umano. Per dieci lunghi anni JacoboCortines, senza venir meno ai doveri del filologo scrupoloso, confronta l’immagine poetica di Petrarca con l’urgenza della propria ispirazione: il risultato è tale che taluni sonetti del Canzonieresuonano all’orecchio del lettore italiano più significanti e godibili nella sua versione castigliana che nell’originaria fiorentina.

Petrarca e Leopardi hanno alimentato la propensione di JacoboCortines a un’espressione semplice e luminosa, delicata e franca, mai criptica e tortuosa,  propedeutica a dar anelito d’infinito all’emotivo congiunto di Pasion y Paisaje  che sostanzia la sua opera poetica. La leggerezza aristocratica del verso non nasconde il rigoroso umanismo che determina la sofferta scelta del vocabolo e consente di alternare voli poetici di eccelsa spiritualità con disquisizioni secolari che mai arrivano ad abbassare la nobiltà del discorso, giungendo a elevare quest’ultime a una dignità negata ai fatti della quotidianità. La pratica musicale, il fascino astratto del gioco sonoro, l’obbligo di provvedere strutture capaci di dar continuità alle frasi melodiche  gli hanno suggerito aggregazioni che aggiungono freschezza e novità al comporre  poetico. Ne risulta una lettura insolitamente facile e scorrevole che, senza togliere  profondità all’assunto, accende la voglia di prolungare e ripetere l’insolita esperienza.

Nella poetica di Cortines l’evocazione dell’onda marina, la descrizione di un’arborescenza, di un campo di grano,di un profilo montanova di pari passo con la ricerca di immagini poetiche, auspicio di rinnovate emozioni. Valgono le stesse  ragioni che  inducono il musicista a ricorrere alla variazione per ricavare da un tema melodico l’inesauribile potenziale espressivo che racchiude, moltiplicandolo al prisma della fantasia. L’arte della musica risiede nella capacità di organizzare in strutture ordinate suoni che singolarmente non si distanzierebbero dal rumore, conferendo loro contenuto edonisticamente appagante. La pregnanza della forma prescelta, la sua funzionalità discorsiva e dialettica, l’articolazione ritmica che la muove, l’assillo di raggiungere ambiziosi traguardi espressivi condizionano in maniera sostanziale il risultato di queste aggregazioni. Senza un ordinamento che li sottragga all’attimo fuggente, qualunque felice impasto timbrico, qualunque  geniale guizzo melodico è destinato a svanire come favilla al vento. L’evoluzione della storia della musica occidentale è marcata dal progredire di costruzioni formali sempre più complesse; la grandezza di un compositore discende dalla capacità di racchiudere l’ispirazione in formule che conferiscano ai suoni il respiro della narrazione. Cortines, finissimo ascoltatore e critico esigente, al momento di organizzare in poemi i versi delle sue poesie ricorre alla sapienza musicale per conferir loro collocazione e misura che assicurino scorrevolezza e chiarità: per questo i suoi volumi di poesia hanno il dono della levità e della trasparenza,oltre quello della suasiva musicalità, risultando subito grati anche al fruitore non adusato a  endecasillabi e settenari.

Nombreentrenombres, oltre alla pregnanza di un periodare non immemore del  recitar cantandomonteverdiano, dispiega un ritmo agile e asciutto che conferisce alla sinteticità di un discorso poetico privo di enfasi e di sentimentalismo una tensione emozionale senza cedimenti. Il  contributo del musicante non si limita ad assicurare scorrevolezza e logica espositiva: il tema variato del nombresi trasforma in poderoso leit motiv ciclicamente declinato, artificio che moltiplica le ombreggiature psicologiche del racconto. Nel poema conclusivo il periodico richiamo al nome misterioso crea un’aspettativa spasmodica che trascende qualsiasi realtà tangibile: il Labrador si materializza come il luogo dell’anima dove esiziali conflitti tramutano in pace e serenità, oasi dove tutti vorremmo alfine deporre frustrazioni e insicurezze.

La poesia è chiave che apre lo scrigno della bellezza, sola risposta plausibile al mistero della vita, divina fiamma capace di rischiare il mondo: se contasse molti cantori dotati dell’armoniosa eleganza e della colta sprezzatura che troviamo in Nombre entre nombres, la sua diffusione  nella coscienza degli uomini darebbe altro significato al loro cammino.

(Il musicologo e direttore d'orchestra Alberto Zedda chiuse la serata con un bello riassunto in spagnolo del discorso ut supra).

Tuesday, November 11, 2014

El dedo y la pezuña

ABC de Sevilla, martes 11 de noviembre de 2014

Sunday, November 09, 2014

La Gran Catalanada

Véase ENRIQUE GARCÍA-MÁIQUEZ en el Diario de Cádiz

Friday, October 31, 2014

Místicas

ABC de Sevilla, viernes 31 de octubre de 2014

Tuesday, October 28, 2014

Foxá y la "memoria histórica"

  • 28 oct. 2014
  • ABC (1ª Edición)
  • POR AQUILINO DUQUE
  • FOXÁ Y LA «MEMORIA HISTÓRICA»
«La gran frustración de nuestra democracia es la de haber llegado pacíficamente al poder gracias a lo que en su día se denominó una “transición sin traumas”, de suerte que en el terreno de la cultura, que es el que aquí interesa, se tuvo que conformar con sentar a los escritores más llamativos del llamado “franquismo” en el banquillo de los acusados aunque estuvieran muertos »
EN el último avatar de su vida, como duque consorte de Alba, Jesús Aguirre hacía todo lo posible y lo imposible por llevar dignamente la corona ducal. El peso de una corona no debe de ser muy llevadero, y un día en que le oprimía las sienes más de lo debido se consoló con su interlocutor del momento diciéndole: «Los Alba siempre hemos padecido de migraña». Del mismo modo, cuando alguien se excede en la valoración de mi prosa, yo digo que es cosa de familia, pues no en vano soy recontrapariente de dos de los mejores prosistas españoles del siglo XX, a saber, Ortega y Foxá. Mi parentesco con Ortega consiste en que un primo hermano mío contrajo matrimonio con una sevillana, cuya hermana mayor estaba casada con Carlos Delgado Barea, quien a su vez tenía una hermana casada con Miguel Ortega Spottorno, hijo de don José. El vínculo con Foxá es más simple, pues se reduce a que una cuñada mía era prima hermana de María Larrañaga de Seras, condesa consorte un día de Foxá. De ahí la pedantesca autoridad que me atribuyo cuando hablo de la prosa de estas dos glorias de nuestras letras. Confieso que cada vez que hablo de cualquiera de ellos lo hago desde un árbol genealógico en el que he tenido la avilantez de encaramarme, de suerte que por mucho que quiera no puedo ser imparcial.
Tampoco lo son, la verdad sea dicha, la mayoría de los estudiosos que de algún tiempo a esta parte se vienen ocupando de estos autores, y muy en particular de los del grupo de amigos en que estuvo Agustín de Foxá, a los que últimamente se viene llamando « la corte literaria de José Antonio», por el título de un libro muy difundido de los hermanos Carbajosa. El precursor de la « revisión crítica » de estos escritores fue el aragonés José Carlos Mainer con su libro Falange y Literatura, de 1971, que me apresuré a comentar extensamente en el nº 306 de la revista Insula, comentario que empezaba así:
« Cuando José Carlos Mainer inició la publicación, en las páginas de INSULA, de una serie de artículos sobre la literatura triunfante en nuestra posguerra civil, no sabía uno muy bien si estaba asistiendo a una liquidación por derribo o a la instrucción de una causa criminal por responsabilidades culturales » .
De estas líneas se desprende que tampoco Mainer era precisamente imparcial, pero su imparcialidad creó escuela y, como quiera que esa «corte literaria» era insoslayable, no tardarían en surgir, ya con el nuevo orden de cosas, numerosos seguidores de Mainer empeñados en el donoso escrutinio de esa «corte», cuyo atractivo literario se procuraba atemperar con el exorcismo ideológico.
La gran frustración de nuestra democracia es la de haber llegado pacíficamente al poder gracias a lo que en su día se denominó una « transición sin traumas » , de suerte que en el terreno de la cultura, que es el que aquí interesa, se tuvo que conformar con sentar a los escritores más llamativos del llamado «franquismo» en el banquillo de los acusados aunque estuvieran muertos. Un ejemplo notorio fue la infame película El desencanto de Leopoldo Panero, perpetrada además por un hijo, si no me equivoco, de Marichu de la Mora, la nieta guapa y azul de don Antonio Maura, a diferencia de su hermana Connie, que era roja y fea.
A Foxá no se le entiende sin su doble condición, en lo estético, de modernista y futurista; en lo humano o si se quiere en lo político, de aristócrata y de falangista. Si por un lado añora el mundo feliz y amable de su niñez y adolescencia, en reales sitios, balnearios de moda y playas del Cantábrico, por otro es implacable con una mesocracia gazmoña y tristona, la España galdosiana amargada y resentida que su jefe político quería transformar en « faldicorta y alegre » . No hay incompatibilidad entre lo uno y lo otro. La actitud de Balzac, por ejemplo, ante la burguesía es la que el rico por su casa venido a menos tiene frente al nuevo rico, al villano venido a más.
La infame « ley de la memoria histórica » , impuesta por una izquierda revanchista con el asentimiento cómplice de una derecha vergonzante, que no tiene más objeto que el de retrotraernos a los tiempos y los hechos que hicieron la guerra civil inevitable, viene a refrendar las ambiguas reivindicaciones de la obra de unos autores condenándolos a la muerte civil a título póstumo. No hace mucho, con motivo de la muerte de Adolfo Suárez, se ha dicho que este y Felipe González han sido los grandes estadistas de la época contemporánea. En esto no estamos muy desencaminados, pues al primero sobre todo le cabe la gloria de haber deshecho, no ya el Estado construido por Franco, sino el creado por los Reyes Católicos. En cuanto al segundo, tiene en su haber el propósito de « devolvernos el orgullo de ser españoles » , propósito que el entonces director del diario « El País » le censuró diciéndole que no era eso para lo que lo habían votado sus partidarios. Un segundo rasgo de hombre de Estado estuvo en las palabras pronunciadas por él en 1986, con ocasión del medio siglo del Alzamiento Nacional, cuando dijo que una guerra civil no era un acontecimiento conmemorable, pero que su Gobierno honraba el recuerdo de los que con su esfuerzo y con su vida contribuyeron a la defensa de la libertad y la democracia, a la vez que recordaba con respeto a los que desde posiciones distintas lucharon por una sociedad diferente a la que también muchos de ellos sacrificaron su propia existencia. Estoy seguro de que esas palabras las hubiera suscrito el que tuvo la idea monumental del Valle de los Caídos, al que además debemos la Institución gracias a la cual España no saltó en pedazos cuando su cadáver bajó a la cripta de su basílica.

Wednesday, October 22, 2014

Los Machado en escena


Clarín. Revista de nueva literatura. Nº 113.  Septiembre-Octubre de 2014

Sunday, October 19, 2014

El Sínodo en el Diario de Cádiz


De poco un todo

El Sínodo importa

enrique / garcía / máiquez / | Actualizado 19.10.2014 - 01:00
 
Cuanto ha ocurrido en el Sínodo extraordinario de la familia es de una importancia capital, y no sólo para los católicos. El primer documento emanado (la Relatio post disceptationem) resultó bastante relativizante de la doctrina católica. La reacción de la mayoría de los cardenales no se hizo esperar ni la del inquieto pueblo fiel y, al final, el Mensaje del Sínodo ha reflejado con claridad y caridad la doctrina de siempre.

Por un momento, el debate pareció estar entre quienes propugnaban una novísima misericordia con los divorciados vueltos a casar, con las practicas homosexuales y con las uniones del mismo sexo y quienes sostenían la integridad del mensaje de Cristo. Sin embargo, la verdad nunca se opone a la comprensión. Ni teológicamente (Jesús, tan misericordioso, se definió como la verdad) ni ontológicamente (las virtudes no pueden contraponerse entre sí) ni pastoralmente (rebajar las exigencias de la fe a unos u otros enmascara un paternalismo extremo -un abuelismo- insultante como el del médico que reparte diagnósticos consolatorios o el del profesor que no corrige exámenes).

Incluso admitiendo como hipótesis de trabajo la existencia de una dicotomía entre misericordia y verdad, no serían tiempos de misericordia externa, sino de fortaleza interior. Me explico. Ahora el poder político y el peso de la Iglesia en las costumbres sociales son nulos, como salta a la vista. Antes, quizá; pero los que hablan hoy de "comprensión", dicen, quieran o no, por pura sociología y correlación de fuerzas, "acomodo" o "adaptación" o "ponerse a correr delante de la gente, vaya donde vaya", que es método infalible, según Quevedo, para ser muy seguido por las masas. La circunstancias actuales demandan fortaleza para sostener la verdad en solitario, con el íntimo alivio de que nadie se sentirá cohibido ni, mucho menos, marginado por una posición tan minoritaria.

La verdadera misericordia de la Iglesia es seguir ofreciendo al mundo un mensaje que no es del mundo. Para que le cuenten lo suyo, nadie necesita ninguna religión. Gómez Dávila lo advierte: "Los católicos no sospechan que el mundo se siente estafado con cada concesión que el catolicismo le hace". Por eso lo ocurrido en el Sínodo interesa también mucho a los no católicos, que están de enhorabuena. No se les ha escamoteado un mensaje puede que ajeno, pero sugerente, sin duda, y atrevido, alegre, fundamentado y posible.

Companys & Company.

Véase La Clave Cultural

Friday, October 17, 2014

Una República con obispos

       ABC de Sevilla, jueves 15 de octubre de 2014

Thursday, October 09, 2014

Wednesday, October 08, 2014

La democràcia es pecat, com dirìa Mossèn Sardà i Salvany

El pecado de nuestra democracia


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1. El pecado de nuestra democracia es el antifranquismo
2. Igualar, como se suele, antifranquismo y democracia, haría de los comunistas y la ETA los máximos demócratas en España.
3. La democracia tampoco habría sido posible sin la derrota de la revolución y los separatismos en la guerra civil
4. La democracia en España procede del franquismo. De la prosperidad y reconcilicación logradas entonces. No podía venir de quienes lucharon contra él.
5. Tampoco podía venir la democracia de quienes se proclaman "liberales" antifranquistas, que nunca habrían vencido a la revolución y los separatismos, sino que, como reconocía Marañón, habían ayudado a traer "la barbarie roja" con su frivolidad  e irresponsabilidad. Y que tampoco lucharon contra el franquismo.
6. El franquismo fue una necesidad histórica. No solo venció a la revolución y los separatismos,  también libró a España de la guerra mundial, derrotó al maquis --intento de reavivar la guerra civil--, eliminó los odios y rencores que habían destruido la república, derrotó el aislamiento internacional, medida criminal destinada a hacer masiva el hambre en España, presidió la época de mayor desarrollo económico  de la historia española, antes o después, y el más rápido del mundo después del de Japón y Corea, Restringió las libertades políticas para los vencidos de la guerra, pero permitió una gran libertad personal, nunca fue totalitario al estilo soviético o nazi, sino meramente autoritario y su represión de posguerra fue menor que la efectuada en la mayoría de los países europeos después de la guerra mundial, y con muchas más garantías legales.
7. En la transición no se reconciliaron los españoles, que muy mayoritariamente ya lo habían hecho. Se reconciliaron los políticos, algo muy distinto, y lo hicieron sobre bases falsas.
8. El franquismo no tuvo oposición democrática ni en sus cárceles había un solo demócrata
9. El número de antifranquista se ha multiplicado por mil y más después de Franco. Antes éramos pocos
10.  Como revela la experiencia, el antifranquismo ha resultado sinónimo de falsificación de la historia, promesas demagógicas y corrupción
11. Han sido personajes corruptos o ignorantes y fanáticos subvencionados por el poder quienes han montado las campañas de recuperación de rencores, de las "cunetas" y la ley de memoria histórica.
12. El antifranquismo ha ido ligado al ataque y denigración sistemática de España. Es hispanófobo y balcanizante.
11. La falsificación de la historia habría sido imposible sin la complicidad de una derecha inculta y sin otros principios que los de "la economía lo es todo" (Gürtel y demás)
13. El antifranquismo se ha beneficiado también de la torpeza y simpleza de muchos autodeclarados franquistas.
14. Los antifranquistas, generalmente corruptos (debe insistirse en ello) han convertido la falsificación de la historia en negocio bien regado de dinero por el poder.
15. Una propaganda realmente brutal ha multiplicado por mil el número de antifranquistas... después de muerto Franco.
16. Gran parte de los antifranquistas de hoy  prosperaron en el funcionariado del franquismo. Suelen falsificar también sus biografías.
17. Todas las grandes amenazas a la democracia tienen un evidente sello antifranquista: terrorismo, corrupción masiva, politización de la justicia, separatismo, abortismo...
18. Una democracia que reniega de sus orígenes está condenada a la putrefacción.